Le pressioni della politica su JPMorgan
I due miliardi di perdite legate ai derivati registrate da JP Morgan dimostrano la necessità di "applicare pienamente" le riforme della finanza approvate nel 2010. Lo ha dichiarato Jay Carney, portavoce della Casa Bianca. "Questa vicenda non fa che rendere ancora più evidente perché sia cosi importante approvare la riforma di Wall Street, perché sia così importante applicarla pienamente". Leggi Le urne tedesche e greche fanno crollare le Borse europee

I due miliardi di perdite legate ai derivati registrate da JP Morgan dimostrano la necessità di "applicare pienamente" le riforme della finanza approvate nel 2010. Lo ha dichiarato Jay Carney, portavoce della Casa Bianca. "Questa vicenda non fa che rendere ancora più evidente perché sia cosi importante approvare la riforma di Wall Street, perché sia così importante applicarla pienamente" ha affermato Carney, sottolineando come "da quando è stata approvata i lobbisti di Wall Street hanno speso milioni e milioni di dollari per cercare di ammorbidirla, ritardarla e rendere queste regole inefficaci". L'affare JP Morgan, ha proseguito il portavoce, "non fa che rendere ancora più evidente perché il presidente avesse ragione a portare avanti questa battaglia e perché dobbiamo assicurarci che sia concretizzata".
"Non è una violazione della Volcker rule, ma del principio di Dimon”. Jamie Dimon, amministratore delegato di JpMorgan, è stato costretto ad ammettere il fallimento di un ramificato investimento del suo istituto, risultato in una perdita di 2 miliardi di dollari, dunque in chiara violazione con il suo principio ispiratore, fare soldi. I “grossolani errori” commessi in un’operazione originata da un trader noto come “la balena di Londra” hanno fatto crollare il titolo JpMorgan di oltre sei punti percentuali, ma non compromettono i conti della banca d’affari che dalla crisi di Wall Street è uscita più forte, mentre agli altri toccava come minimo il disdoro pubblico. Nei primi tre mesi del 2012 l’istituto ha fatto profitti per 5,3 miliardi di dollari e per questo Dimon può permettersi di parlare in pubblico degli affari andati male. A lui, del resto, si perdona tutto.
Dimon è stato soprannominato il “re di Wall Street” mentre ai suoi colleghi venivano affibbiati nomignoli poco lusinghieri tipo “Gorilla” o “Vampiro”; è stato invitato al Forum di Davos quando i banchieri si sono trasformati negli untori della crisi finanziaria, ha continuato a frequentare i salotti di New York senza imbarazzo ed è rimasto impermeabile alle critiche più o meno interessate che pure gli sono piovute addosso. Forte di una reputazione sorprendentemente adamantina, ha potuto criticare con la solita lingua sciolta le regolamentazioni di Wall Street e la Volcker rule, la regola che limita l’utilizzo degli asset di una banca che dovrebbe entrare in vigore il 21 luglio. Lui, sprezzante, la considera una misura cautelativa moraleggiante scritta da uno “che non capisce i mercati” e che costringerà i trader a “fare affari con un avvocato e uno psichiatra sempre accanto”, tanto va a sindacare nelle intenzioni recondite degli investitori. Dimon odia le regole degli altri e risponde soltanto al proprio principio; è un paradosso che debba imputare la prima sconfitta dall’inizio di una crisi vissuta meravigliosamente bene soltanto a se stesso.